Conferenze sull’energia in Bulgaria e Tukmenistan

Si sono svolte due diverse conferenze sull’energia, praticamente in contemporanea, la settimana scorsa: una in Bulgaria, l’altra in Turkmenistan. Due agende differenti ma con degli obiettivi in comune. Dal punto di vista dell’Europa, si tratta di un nodo gordiano, semplice nella sua complessità: rendere stabili ed efficienti le importazioni di risorse energetiche in Europa, provenienti dai mercati asiatici, Transcaucasia e Paesi turcofoni al di là del Mar Caspio, in primis. Con l’obiettivo di rendere l’Europa non più esclusivamente dipendente dalla Russia come unico importatore.

Il problema si è fatto ancora più stringente dopo la recente crisi Ucraina: soprattutto per alcuni Paesi dell’Est, dipendenti quasi interamente dalle forniture russe. Allo stato attuale, la Russia esercita sulla Ue una pressione egemone attraverso il suo capitale energetico. Là dove la Russia non controlla direttamente le risorse, infatti, è sempre il Paese attraverso il quale i gasdotti e gli oleodotti devono passare per giungere in Europa.
Gran parte del petrolio che viene pompato verso l’Europa meridionale, ad esempio, ci arriva dal Caucaso. Il Caspian Pipeline Consortium e il Northern Early Oil nascono in Kazakistan e Turkmenistan, ma devono attraversare la Russia per giungere sulle sponde rumene e bulgare del Mar Nero.

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L’Europa Centrale è anch’essa blindata: dall’oleodotto dell’amicizia, Druzhba I e Druzhba II; costruiti al tempo del Comecon, quando la Russia distribuiva energia “ai fratelli” del Patto di Varsavia. I Druzhba partono ad Almetyevsk, nel Tatarstan, incanalando il petrolio degli Urali e della Siberia, e pompano l’olio nero fino in Polonia, Germania, Repubblica Ceca.
Il Nord Europa è, invece, alimentato dal Baltic Pipeline System che arriva in Finlandia, a Tallin e Riga: e ancora più ad ovest, su, fino a Danziga e Rostock. Le forniture di gas saranno, invece, garantite da Nord Stream, già in cantiere.
Il tema principale discusso dall’Europa alla conferenza di Sofia, quindi, è, ancora una volta, Nabucco. Nabucco è la grande pipeline appoggiata e sostenuta da gran parte dell’Unione, l’unico progetto in grado di pompare il gas dai Paesi turcofoni bypassando la Russia.

Il gas partirebbe da Baku, in Azerbaijan, dove terminano altri collettori fondamentali, provenienti anche dall’Iran; da lì, le condutture passano per la Transcaucasia e la Turchia; poi, Bulgaria, Romania, Ungheria e, infine, Austria. A causa dell’instabilità nel Caucaso – alimentata dalla Russia -, dove sono in atto molti conflitti territoriali, non solo in Georgia (Abcazia e Ossezia) ma anche in Armenia (Nagorno-Karabach), Nabucco ha perso gradatamente terreno rispetto al progetto South Stream, appoggiato dalla Russia.

Mosca ribatte e propone, quindi, la Carta Energetica con l’Europa, un accordo di partnership con Brussel, ma che non cambia lo status quo, assolutamente favorevole al Cremlino. Alcuni Paesi Ue sono allettati dalla Carta di Medvedev, rilanciata a Sofia. Ma la scelta è ardua. La Russia, infatti, cerca di contrattare singolarmente con i Paesi Ue, offrendo condizioni di vantaggio ad alcuni, al fine di determinare una nuova situazione in cui il progetto russo sia l’unico praticabile. Una situazione di favore, ad esempio, accordata all’Italia che si trova nella strana condizione di essere pro-Nabucco, quando veste i panni delle nazioni filo Ue, ma materialmente impegnata, con Eni, in accordi con Gazprom proprio per South Stream.
Sostituire le importazioni russe con quelle iraniane, inoltre, non è detto che per l’Europa sia un buon affare. Allo stesso modo, nonostante nei Paesi asiatici di lingua turca ci siano molti interessi occidentali, americani in primis, il pressing di Mosca su quelle aree è molto forte.

Infine, Nabucco, per riprendersi dallo stop indotto dalla recente crisi caucasica, avrebbe bisogno di essere supportato da una forte politica di Brussel a favore dell’ingresso della Turchia in Europa. E mente Erdogan ha chiaramente sottolineato che il futuro della pipeline dipende dall’ingresso di Ankara nell’Ue, ci sono molti partiti nei parlamenti di Eurolandia che hanno fatto del no alla Turchia una bandiera.

In Turkmenistan, intanto, la Germania agisce da sola. Nonostante Mosca sia il primo acquirente dell’energia turkmena, Ashgabat ha sottoscritto un accordo con Berlino per le forniture, che rilancia Nabucco, fra le ire di Medvedev. L’occasione è stata offerta da un incidente diplomatico con la Russia, a seguito dello scoppio di una pipeline: il presidente turkmeno Gurbanguly Berdymukhammedov aveva, infatti, stigmatizzato la necessità di intensificare i legami con la Ue. Ma, allo stato attuale, potrebbe trattarsi solo di un timido tentativo di Ashgabat di dimostrarsi indipendente dalla Russia, al quale non faranno seguito altri fatti. Alla fine, bisognerà vedere Ue e Russia cosa mettono nel piatto per l’energia del Turkmenistan.

Il prossimo capitolo, intanto, sarà scritto fra pochi giorni, nella conferenza Ue di Praga.

Si parlerà del “Southern Corridor” e delle politiche europee da sviluppare su Turkmenistan e Turchia.

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