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Museo Madre, la destra e la damnatio memoriae

Come in un vero e proprio cambio di regime, la giunta Caldoro ha intrapreso un percorso di discontinuità nei riguardi del bassolinismo che ha assunto la forma simbolica della damnatio memoriae.

Con la furia iconoclasta dell’Armata Rossa contro la Cancelleria di Albert Speer a Berlino, il centrodestra lancia i suoi strali contro la “cultura di sinistra” e il museo Madre, bollato come inefficiente e costoso. I tentativi del direttore Eduardo Cicelyn di smarcarsi da Bassolino per affermare la propria autonomia, perché la cultura dovrebbe essere una zona franca rispetto alla politica, sono frustrati dal livore dei neofuturisti che vogliono distruggere quell’accademia che li ha marchiati come “destra plebea”, come si legge nell’ultimo appello degli intellettuali “Napoli aspetta”.

E’ chiaro che siamo di fronte allo scontro di civiltà, con la regressione della politica a continuazione della guerra con altri mezzi e della fazione avversa a un nemico profondamente altro. D’altronde, già prima di scorrere i bilanci del Madre, la destra tuonava contro quell’istituzione, perfino con esposti contro le famigerate “serate danzanti” che, sulla scia di quanto si faceva all’estero, avevano, invece, il merito di avvicinare i giovani alla cultura. La delegittimazione del rinascimento bassoliniano è concisa con la stigmatizzazione delle attività culturali portate avanti dalle amministrazioni di sinistra come effimere e anche classiste, giacché, secondo la destra, si lustravano i salotti radical chic e si abbandonavano le periferie al loro degrado.

La destra popolare insorge contro l’arte concettuale e rivendica come l’auto ruggente sia più bella della Nike di Samotracia, come diceva Marinetti. Indubbiamente, è difficile riflettere quando il dibattito diventa uno scontro di religione.
D’altronde, non solo in Italia, la destra ha un vero complesso contro la cultura, riserva indiana di sinistra ed extra-sinistra. La cultura e l’arte, in definitiva, hanno una fisiologica propensione verso la critica dell’esistente ed è normale che non siano conservatrici.

Una destra moderna dovrebbe accettare questo fatto serenamente, crogiolandosi, semmai, nella prova definitiva del carattere utopico dei socialisti, invece di covare quest’insalubre livore.

Sul carattere regressivo delle politiche pubbliche culturali, però, la destra ha parzialmente ragione. I consumatori di beni culturali sono un pubblico colto e benestante, le statistiche lo dicono inconfutabilmente. Ma la cultura, tuttavia, può dar vita ad un circolo virtuoso che ridistribuisca risorse a tutti, non solo ai colti. Una città d’arte ha ricadute positive per tutto il terziario.
Si tratta di politiche di lunga durata, comunque, e all’inizio si deve investire. Negli ultimi anni, città e regioni sono state rigenerate investendo sui musei e saldando i gusti culturali alti con quelli popolari o giovanili. E’ il caso della grigia Bilbao, rinata con il Guggenheim, e diventata polo d’attrazione con feste e discoteche.

Questo non significa che il Madre non possa essere gestito meglio. Si discuta pacatamente e in modo trasparente di bilanci e compartecipazione dei privati, fugando i sospetti di pericolose dismissioni. Ma la giunta non può continuare a mediare con Cicelyn afflitta da un transfert psicologico, riconoscendo nel direttore del Madre l’odiato Bassolino. Il centrosinistra, che ha fatto tanti errori, ha avuto il merito di fare delle buone politiche culturali, seppur perfettibili.

Qual è, in definitiva, l’idea che la destra ha della cultura e dello sviluppo urbano di Napoli? Ancora casinò e zone franche?

Il presidente Cesaro concluse la sua vincente campagna elettorale con un concerto del cantante neomelodico Alessio. Il pubblico di Alessio è sicuramente più numeroso e popolare di quello di Anish Kapoor o Lucas Cranach. Ma per quanto odioso e classista sia, le grandi capitali europee sono tali in forza di istituzioni come il Louvre e il Prado, non per le feste dei Gigli o del Monacone.

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