Sicurezza od autarchia energetica?

Il modello energetico fondato sul petrolio espone, per la prima volta dalla Rivoluzione Industriale, l’Occidente all’insicurezza energetica

Dopo la definitiva affermazione del liberalismo, l’autarchia – ovvero il principio per cui ogni Stato basta a se stesso, in termini economici e materiali – è diventato assolutamente fuori moda.
Tutto si scambia. Eppure, nel settore energetico, il tema della sicurezza, declinato in modo da ricalcare esattamente il concetto di autarchia, non smette mai di affascinare politici e opinione pubblica.

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L’idea che l’Occidente sia dipendente da Stati ostili, o con i quali intrattiene rapporti problematici – Russia, Venezuela, Iran -, non fa altro che rafforzare questa percezione di insicurezza energetica, che ci spinge, ad esempio, fra le braccia del nucleare, nella speranza che ci renda meno dipendenti dall’esterno.

L’insicurezza è legata al fatto che il paradigma energetico del petrolio, si basa, per prima volta nella storia dell’Occidente, su una risorsa materiale che non è di nostra proprietà; con l’unica eccezione degli USA che, comunque, consumano più petrolio di quanto ne producano.

Fernand Braudelle, nel suo paradigmatico Civilization materielle et capitalisme, ha brillantemente spiegato come la superiorità dell’Occidente, a partire dalla I Rivoluzione industriale sia stata, innanzitutto, energetica.
L’Europa è stata la regione più ricca di legno, acqua e carbone: le risorse che hanno trainato lo sviluppo capitalistico dal Seicento al Novecento.
Basti pensare che nel Vecchio Continente si estraevano, nel 1700, 3 milioni di tonnellate di carbone contro le 600.000 del resto del mondo e che questi valori, nel 1800 si erano quadruplicati.

Nel 1929, USA e Europa coprivano il 90% del totale della produzione di carbone: a quell’epoca, il petrolio era ancora meno importante come risorsa del legname. Ma in soli trent’anni, l’oro nero sarebbe diventata la risorsa principe. E’ nel 1960, infatti, che il petrolio supera il carbone, lasciando l’Occidente, per la prima volta di fronte alla realtà di non possedere direttamente la risorsa su cui si basa il proprio sviluppo; almeno dopo che i diritti proprietari di Shell e Royal Ducht vengono meno sulle colonie di Persia, Mesopotamia, Birmania a causa della decolonizzazione. Il cartello di imprese occidentali che controllavano il petrolio (dalle Sette sorelle all’Achnacarry) e le rendite legate al sistema di fissazione delle tariffe, rappresentano due buoni motivi per la definitiva adozione del paradigma energetico basato sul petrolio da parte dell’Occidente.

L’instabilità geopolitica sottesa a questo fenomeno lascia d’altronde supporre a molti studiosi che le cause della II Guerra mondiale vadano ricercate nel tentativo di Paesi completamente sprovvisti di petrolio (Germania e Giappone, in primis) – anche attraverso le colonie – di mettere le mani sull’oro nero.
Il petrolio, però, incomincia a creare problemi, poco dopo essere diventato egemone. Nel 1960 ha definitivamente sostituito il carbone. Nel 1965, però, con la conferenza di Bandung, i Paesi sorti dalla decolonizzazione incominciano a riprendersi la proprietà delle loro risorse. I due shock petroliferi degli anni Settanta sono un’ulteriore dimostrazione della fragilità del paradigma petrolifero.

La scoperta di nuovi giacimenti in Nord Africa e Russia e il petrolio del Mare del Nord, prima, e lo sviluppo di India e Cina, oggi, ha mantenuta alta la stella dell’oro nero; nonostante le crisi registrate, dalla stagflazione alla rivoluzione iraniana e alla quarta Guerra Arabo-Israeliana.

Eppure, proprio l’amministrazione di Bush jr – i cui legami economici e parentali sono indissolubilmente legati agli interessi delle aziende petrolifere – ha fortemente riproposto il tema delle energie rinnovabili, come modo di sottrarre gli USA ai ricatti degli “Stati canaglia”. Proprio questo clima di “insicurezza energetica” sta, altresì, fortemente alimentando, in Europa, l’idea che si debba ritornare ad investire nel nucleare.

Vale, a questo punto, ricordare che uno dei motivi per cui la ricerca sul nucleare si arrestò, negli anni Settanta, era legato a motivi politici: ovvero, il problema della non proliferazione: che è ancora, assolutamente, attuale.
Come si ottiene la sicurezza energetica, allora? In questo momento il tema centrale resta quello dell’efficienza energetica.
Infatti, come sostiene Claudio Pavese “l’obiettivo della crescita indefinita postulato dagli economisti è in palese contraddizione con la constatazione che gli ecosistemi naturali invariabilmente smettono di crescere quando raggiungono i limiti rappresentati dalle risorse disponibili”.

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