Politica, relazioni internazionali, Europa e società

Chi diffida Draghi

Il buon senso vorrebbe che se Mario Draghi incominciasse a sostenere che gli eurobond si possono fare e che le proposte degli Stati membri per salvare l’euro non funzionano, le altre banche dovrebbero starci.

Anzi, quando Draghi parla, lo fa dopo aver pesato i pareri degli altri governatori nazionali che siedono nel board dell’eurotower. Se proprio qualche paese nutrisse delle perplessità, allora, dovrebbe utilizzare, al meno per cortesia istituzionale, altri canali.

Capita invece che la Bundesbank diffidi pubblicamente Draghi. Una cosa inaudita.

Nell’Unione europea, la politica monetaria è di competenza della Banca centrale europea che deve essere consultata dalle altre istituzioni dell’Unione per progetti di modifica dei trattati che riguardino il settore monetario, oltre che per ogni atto dell’Unione riguardante le proprie competenze. Insomma, quando si parla di euro, la Bundesbank non potrebbe per competenza né dovrebbe per protocollo contraddire pubblicamente la Bce.

Ma in un’Europa piegata agli egoismi nazionali, capita l’esatto opposto.

Ma la cosa che più rende l’idea di questa deriva tecnocratica e nazionalista è che Draghi, ieri, non aveva neanche invocato alcun provvedimento specifico, limitandosi ad affermare che bisogna essere pronti a tutto pur di salvare l’euro. Dato che il nostro vecchio governatore fu definito dalla stampa di Berlino “il più tedesco degli italiani”, abbiamo buoni motivi di ritenere che l’attuale presidente, prima di includere nel novero delle opzioni praticabili qualcosa di inviso alla Merkel, c’avrebbe pensato due volte.

Ma ai mastini tedeschi basta un po’ di retorica da parte dell’eurogovernatore per andare in fibrillazione e richiamarlo all’ordine.
Inaudito.

Come dico oggi nel mio editoriale pubblicato da Europa (che puoi leggere qui), per salvare l’Europa occorre tornare all’Europa.
Tutte le decisioni che potranno essere assunte per uscire dalla crisi dovranno essere prese non più con il sistema intergovernativo, ma con un reale coinvolgimento degli organi che rappresentano gli interessi e i popoli di eurolandia. A partire, dall’unica istituzione democraticamente eletta e depositaria della sovranità popolare: il parlamento europeo.

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