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Come sfioriscono le democrazie

L’alta conflittualità che caratterizza e condiziona il sistema politico italiano è, indubbiamente, un portato dell’assenza di una memoria condivisa pubblica.

Il recente caso di Craxi ne è la riprova. La cosa, d’altronde, non è una novità: la storia d’Italia è dibattuta nei suoi tratti salienti e fondativi.

Non è per alcuni il Risorgimento una rivoluzione mancata, come sosteneva Gramsci? Giolitti fu colui il quale estese il suffragio e permise l’accesso alla politica anche dei non-notabili o fu “il ministro della malavita”, come sosteneva Salvemini?

La nostra identità pubblica nasce più fragile di quella di altri Paesi: è un fatto. In Inghilterra e in Francia non c’è una simile frattura su Cromwell o i valori della Repubblica.
In realtà, da circa vent’anni, i partiti sono afflitti da una grande amnesia politica che non ha fatto altro che aggravare il quadro clinico.

Da molti anni, la cultura politica post ideologica si è affermata come un tratto fondamentale delle democrazie occidentali. Il fenomeno, a volte, non è stato indagato come un dato di fatto ma è stato piuttosto invocato come il benemerito primato postumo del governo amministrativo depoliticizzato. Queste sorti hanno prima portato i governi tecnici, Dini e Ciampi, ad esempio; infine hanno visto l’affermazione del post ideologico per eccellenza, Berlusconi.

Ma, intanto, ai partiti in senso tradizionale cosa è successo? Sono scomparsi, sostituiti dai “cartel party”, i cartelli elettorali. Mentre le elites intellettuali hanno incominciato a errare freneticamente. I pantheon dei partiti sono cambiati a ripetizione: Fini è passato da Mussolini a Popper per approdare, forse, al neogollismo di Fare Futuro. Veltroni ha confessato che era iscritto al Pci ma non era comunista: un interessante caso di dissociazione della personalità politica.

Questa volatilità delle identità, in sé, non è un male. Ma quello che caratterizza la nostra democrazia è, piuttosto, una confusione identitaria, che è fra le cause della nostra instabilità politica. La presenza di Berlusconi, infatti, è legata alla sua capacità di aver riempito questo vuoto con la sua ideologia. Anche la strada percorsa da An è stata fatta grazie a questo smarrimento delle identità politiche.
Mentre alcuni intellettuali di destra facevano un uso spregiudicato della storia, l’intellighenzia di sinistra non è stata capace di opporre una “presenza” in senso crociano. Penso soprattutto a quella letteratura, divulgativa e non storiografica, sulla Resistenza che è stata sanzionata nella cultura pop con lo sceneggiato Rai Il sangue dei vinti. L’invito di Fini a riconsiderare i “ragazzi di Salò” fu accettato da Violante dieci anni fa.

La debolezza delle culture politiche ha, infine, un effetto destabilizzante per tutto il sistema.

Senza i militanti, infatti, il partito viene esperito solo per la realizzazione di interessi particolari e personali, mentre i comitati elettorali periferici prendono il sopravvento sulla burocrazia centrale e si accentuano le tendenze centrifughe.
Le degenerazioni clientelari prosperano perché l’affiliazione si basa solo sulla capacità del partito di distribuire risorse. Il fenomeno della Casta trova una delle sue ragioni d’essere nella crisi dell’identità politica, proprio come la corruzione e l’aumento della spesa pubblica che, in ultima analisi, possono portare alla crisi del sistema.

Siamo condannati, quindi, a vedere le nostre democrazie sfiorire? Una soluzione potrebbe essere quella delineata dalle fondazioni, che stanno cercando di ricostituire i valori al netto dell’ideologia.

E’ necessario, tuttavia, che il partito riacquisti quella funzione di filtro fra sistema politico e società civile. Allo stato attuale, infatti, i partiti non cooptano le eccellenze nella società, ma vengono piuttosto cooptati da una parte delle società civile, in grado di utilizzare i consensi come una clava.

Assistiamo, infatti, ad una deriva neonotabiliare del ceto politico.  Si tratta di un milieu composto da brillanti professionisti che, all’apice della propria carriera, intendono suggellare la propria ascesa sociale con una candidatura. Questo ceto, forte di un bagaglio di voti che può raccogliere grazie alla propria rete professionale, si impone ai partiti, al di là dell’impegno politico, valoriale ed ideologico.

Si tratta dei famosi “Mr 100.000” preferenze a cui i partiti non possono dire di no, pena offrire ad i concorrenti elettorali un vantaggio competitivo. Queste contraddizioni riecheggiano il teorema di Arrow circa l’irrazionalità-antidemocraticità dei nostri sistemi di voro.

La nostra costituzione repubblicana, infatti, ha normato poco l’argomento “partiti”, perchè l’Italia era scottata dall’esperienza fascista. Ma è la stessa “partitocrazia”, in definitiva, ad essere un sottoprodotto di questa debolezza regolamentare che, in un solo colpo, produce cartel party ed instabilità del sistema politico.

Le instabilità del sistema, nella I Repubblica, erano attutite dalla presenza delle grandi culture politiche (popolarismo, socialismo). Ma qual è il patto sociale che terrà insieme l’Italia, una volta che ogni valore è stato espunto dal sistema politico?

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0 thoughts on “Come sfioriscono le democrazie

  1. La tenuta democratica di un sistema politico, la sua effettiva rappresentatività… sono quesiti antichi quanto l’idea di Democrazia. Le moderne elezioni non erano ancora state istituite e già il marchese di Condorcet ne illustrava i limiti col suo famoso “paradosso”…
    Tanto per rimanere in Italia, ça va sans dire, i limiti del sistema parlamentare erano già chiarissimi a ‘filosofi del diritto’ come Gaetano Mosca; piuttosto è paradossale dover constatare l’inquietante attualità della sua “Teorica dei governi”!!
    Tuttavia, se la diagnosi dei mali è chiarissima, è la cura che continua restare oscura…!

    1. Carissimo, è sempre un piacere leggere i tuoi commenti.

      I paradossi di Condorcet, di Arrow, o la teoria dei giochi di Mancur Olson, ci svelano una cosa: sistemi elettorali democratici possono produrre meccanismi non democratici, insiemi di scelte razionali individuali portano ad esiti collettivi irrazionali.
      La teoria delle elites è la ciliegina sulla torta. I sistemi congegnati per determinare e rappresentare il bene comune (i partiti) generano una casta di persone che si fanno i fatti propri e perseguono interessi particolari.

      Che fare?
      La destra radicale americana – penso a Samuel Brittan e la scuola public choice – sostengono che per conservare un nocciolo duro di democrazia (libertà, diritti fondamentali), la democrazia vada limitata. L’idea di blindare i bilanci o il voto-ghigliottina previsto in Francia, ad esempio, nascono da questa preoccupazione.
      I sostenitori della democrazia sostanziale (la sinistra libertaria degli anni 70), invece, propongono più democrazia e più informazione, perché ritengono che cittadini perfettamente informati possano prendere le decisioni politiche più sapienti.

      Io, da sinistra, sono d’accordo con la public choice. La democrazia va temperata. L’importante è intendersi su questi limiti.
      Ad esempio, nonostante quel che pensa Grillo, io sono contro le preferenze perchè innescano il mercimonio dei voti e premiano non sempre le persone di qualità, ma soprattutto quelle in grado di creare clientele.

      Ciao!

  2. Per me è sempre un piacere poter leggere le tue risposte..:)
    Da libertario convinto, mi piace credere alle potenzialità di una democrazia diretta, col coinvolgimento diretto di individui consapevoli e responsabili. Uso di proposito la parola “individuo” perché al concetto di “massa popolare” prediligo piuttosto l’unicità del singolo e la sua libertà di scelta, comunque improntata alla costruzione di una coscienza collettiva.
    Da scettico razionalista mi rendo conto che le utopie della democrazia partecipativa, proprio all’interno delle società di massa, hanno limiti oggettivi nella loro applicazione pratica. E, a livello matematico, proprio se sottoposte al Teorema dell’impossibilità di Arrow, non superano l’esame.
    Tuttavia resta viscerale la mia diffidenza verso chi monetarizza le scelte, considerando come insuperabile l’egoismo umano, indicizzato a variabili da ottimizzare in una società intesa come equazione. Mi sembra una sorta di variante perversa dell’abominevole homo oeconomicus, condotto per mano, verso opzioni di scelta razionalizzate, da una elite economico-tecnocratica di turbo-capitalisti con interessi (privati) moooolto concreti…
    Per questo mi resta difficile accettare sul piano sociale le teorie legate alla Public Choice, pur non contestando una certa validità dell’impianto.

    E quindi, tornando all’oggetto del nostro comun sentire, il dilemma rimane…:)
    Per gli stessi motivi già accennati, condivido con te il giudizio sulle preferenze, diffidando in egual misura di certi exploit tribunizi.

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