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Sovranità, leaderismo e populismo

Una delle più subdole perversioni delle democrazie contemporanee risiede in una errata concezione del concetto di sovranità popolare o nel tentativo esplicito di manipolarla in chiave antidemocratica.

Il richiamo alla sovranità viene, infatti, usato e abusato sia da destra che da sinistra.

Da destra, la sovranità serve a legittimare l’imperio del leader, “unto del Signore”, unico interprete della sovranità popolare o titolare di un mandato assoluto, in forza di una precedente vittoria elettorale di carattere plebiscitario.

Da sinistra, serve a legittimare l’imperio del popolo in quanto tale, o la superiorità dell’assemblearismo rispetto ad altre forme di decisione. Quest’ultima tradizione, a fronte della difficoltà di individuare il popolo – la destra, infatti, ha le idee più chiare: il popolo coincide con il Volk, la “comunità etnica di sangue” – ha storicamente declinato la sovranità in modo variegato.

I Sessantottini, appunto, lo identificavano con il metodo assembleare, Marx con i “proletari”, in opposizione al sottoproletariato e ad i contadini senza coscienza di classe, Lenin nell’Avanguardia, secondo una tradizione propria del giacobinismo francese che vuole che l’azione politica si faccia in nome del popolo, ma non dal popolo direttamente poiché esso è incapace di determinare veramente cosa è il bene comune.

Soprattutto il marxismo riformista, ai tempi della II internazionale, individuò nella mancanza di informazione e cultura delle classi popolari il loro limite ad autogovernarsi. Da questa tradizione nasce l’idea che il partito funzioni come luogo pedagogico.

Paradossalmente, sia il movimentismo degli anni ’70 che quello odierno, che spinge sull’importanza dell’autorganizzazione ed informazione tramite internet, condividono questa impostazione e l’idea che il popolo, una volta informato, assumerà decisioni politiche sapienti.

Questa idea è, purtroppo, sconfessata dalla storia. Hitler è stato eletto dal popolo, ad esempio.

Il cognitivismo e la scienza delle decisioni, in particolare Herbert Simon, hanno dimostrato che le persone, anche quando completamente informate, non prendono necessariamente le decisioni migliori.

Il costituzionalismo democratico, infatti, accolto dalla nostra Costituzione, non postula l’imperio di nessuno, né leader né popoli, ma solo l’imperio della legge. L’articolo 1, infatti, recita “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. I limiti alla sovranità popolare nascono, infatti, da una constatazione. Le perversioni del sistema politico avvengono quando gli interessi personali sopravanzano quelli collettivi e alcuni soggetti vengono dotati di troppo potere. Questo è, infatti, il problema che affligge la “casta” dei politici, in vero, diagnosticato da Robert Michels già negli anni ‘10 con la formulazione della celeberrima “Legge ferrea dell’oligarchia” (per la quale, anche nei gruppi più democratici si determina una casta che vuole gestire il potere per fini personali).

La storia, d’altronde, è piena di casi di movimenti rivoluzionari che, una volta preso il potere (assoluto), sono diventati reazionari ed hanno replicato il solito problema del potere che perpetua sé stesso e non si cura degli interessi collettivi. Il potere corrompe, sia che si tratti di Napoleone che di un’avanguardia od un movimento.

La caratteristica della democrazia, quindi, è limitare i poteri: troppo potere a singoli, partiti o movimenti, causerà sempre la stessa involuzione castale.

E, pur apprezzando l’impegno dei movimenti di oggi giorno, nato sulla rete, è proprio questa mistica dell’insita bontà del movimento che deve essere problematizzata per non incorrere in questa nemesi storica.

Recentemente, infatti, Jaron Lanier ha parlato di maoismo digitale per stigmatizzare i rischi insiti in una certa visione della wikinomics.

Chris Anderson, d’altronde, ha dimostrato che Wikipedia ha una percentuale di errore più bassa della Enciclopedia Britannica: ma la percentuale di errore comunque esiste, ed in politica può essere fatale.

Ma questo non significa che il sistema dell’open innovation applicato alla politica non funzioni. Solo non deve essere l’unico “potere”. La democrazia funziona quando ci sono pesi e contrappesi e corpi intermedi.

I movimenti orizzontali, quindi, servono, come anche i partiti verticistici. Tenere insieme tutto questo, senza che nessuno detenga l’imperio, nel rispetto delle minoranze, può far funzionare meglio le nostre democrazie.

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